A Few Steps Beyond

January, 2021
AMRN065
CD Digipack
Price: 
12.50
Gianni Lenoci

ITALIANO
Come sfogliando un “libro dei giorni”.
Qualche luce più abbagliante in certe pagine, percorse in profondità.
Un’ultima rivelazione, per certi versi assoluta, prima che il tempo curvasse qualche passo oltre.

Questa musica che resta, catturata da un piccolo registratore sistemato sotto il pianoforte nel suo ultimo concerto, tenutosi nel Settembre 2019 al Talos Festival di Ruvo di Puglia, ci consegna un pantheon di figure limpide che Gianni Lenoci dispone drammaturgicamente come a tracciare costellazioni. Una cartografia ricchissima, una mappa per perdersi, consultabile da più prospettive.

Attraverso una maturità in grado di percorrere consapevolmente lo spazio sonoro, di dilatarne i pesi drammatici, di trasfigurarne i temi, ogni singolo brano di questo live ha una dimensione plastica chiaramente visibile.
Una narrazione articolata, sovente ineffabile, condotta come in un definitivo mesmerismo.

Una delle costanti dell’estetica di Gianni è costituita dalla straordinaria attitudine ad esercitare contemporaneamente sguardo globale e particolare, a trovare una possibilità di coesistenza fra piani sonori lontani. Un percorso spesso perpendicolare, volto a portare alla luce stratificazioni e ambiti espressivi distanti.

Qui il percorso fra alcune delle sue luci ispirative: Ornette, Paul e Carla Bley, temi classici sublimati in penombre noir, squarci contemplativi e vertiginose articolazioni, inaspettate diversioni.
Mano felicissima, qualche ombra nel cuore, la fragranza della musica di Gianni, la profonda aderenza al proprio sentiero, trovano in questo live una piena dimensione, brillante e, al tempo stesso, inesorabile.

Petali che abbandonano il fiore, mossi da un vento leggero.
Qualche passo oltre, dicevo.

 

ENGLISH
Just like browsing through a ‘book of the days’.
A little, more dazzling light in certain pages perused in depth.
One last, to some extent absolute revelation before time curved a few steps beyond.

This enduring music captured by the small recorder placed under the piano during his last concert held at the Talos Festival in Ruvo di Puglia in September 2019 hands over a pantheon of pristine figures that Gianni Lenoci displays as a playwright tracing constellations.
The richest cartography, the map you can consult from so many perspectives and lose your way.

Due to the maturity which can travel consciously through the expanse of sound extending drammatic prominence, and transfiguring themes every single piece from this live performance possesses clearly visible multi-dimensional characterisics.
Often ineffable, articulate narrative led forth as in a sort of ultimate mesmerism.

One of the constants in Gianni’s aesthetics is represented by his extraordinary aptitude to exert his wide-range and his specific insight simultaneously, and to find the possible coexistence between far-off levels of sound. At times a perpendicular route, meant to reveal stratification and distant meaningful settings.

Here goes his journey along with some of his inspirational guiding lights: Ornette, Paul and Carla Bley; classical themes exalted in noir semi-darkness, meditative glimpses and vertiginous articulation, or unexpected diversion.

Blessed hands, a few dark shadows in his heart, the fragrance of Gianni’s music and its profound adherence to his chosen path have found their full dimension – brilliant and relentless at the same time – in this live recording.

Petals abandoning a flower ruffled by a soft wind.
A few steps beyond – as I was saying.

Gianni Mimmo
Pavia, Oct. 2020

Reviews

Percorsi Musicali
Ettore Garzia

…per sua definizione ontologica, l’improvvisazione musicale informa ogni aspetto della musica che viene creata durante una performance. Sia essa l’interpretazione di un testo sia composizione istantanea. Ciò può includere sottili cambiamenti nel tempo o nella dinamica, ornamentazioni, rubato, articolazione e fraseggio, bilanciamento delle dinamiche e molto altro ancora...” (Gianni Lenoci, Alchimia dell’istante, Auditorium, 2020, pag. 51).

Chi ha ascoltato Gianni in concerto può ben immaginare la varietà di elementi da lui richiamati per l’interpretazione e soprattutto la sua idiosincrasia verso coloro che molto sbrigativamente sistemavano la questione degli standards; quella pianificazione mai doma perché suscettibile di ulteriori variazioni, qualcosa che veniva determinata anche dal momento e dalle condizioni acustiche della performance, viveva sui contorni di una instabile attività improvvisativa sviluppata sede per sede. Sugli standards jazz Gianni ti faceva capire che era possibile costruire un discorso autentico, partendo da cellule melodiche pian piano disintegrate in un lavoro sensitivo ed energico sulla tastiera e molto spesso effettuato negli interni del piano: la mia sensazione è che Gianni possedesse la contezza sonora dell’ambiente in cui si esibiva (fosse una chiesa, un teatro o un chiostro antico), una sorta di orecchio alle spalle in grado di verificare il luogo dell’esibizione e le temperature d’eccitazione emotiva dei presenti. Ed era anche spiazzante poiché persino le orecchie “fini” tra i convenuti di un suo concerto, non erano in grado di riportare similitudini istantanee ad altri pianisti, anche al termine dell’esibizione: quando non doveva concentrarsi sulla materia esecutiva e su un ambito improvvisativo più ristretto dalla composizione, Gianni percorreva la storia del pianismo classico, jazz ed avanguardistico con una facilità di sintesi impressionante; in lui non si compiva nessuna lezione di stile, difficilmente si potevano trovare intervalli o blocchi sonori in grado di stabilire un percorso solo a lui imputabile, ma si intravedevano parvenze, rimandi, in una situazione pianistica in cui passavano in rassegna o si coagulavano schegge di interi periodi della nostra storia musicale. Si potrebbe parlare per lui di “stile variabile”. Per Gianni era super importante il requisito dell’autenticità, suonare come parlare, mettere in moto una discussione verbale per la quale non abbiamo bisogno di preparazioni perché l’abbiamo introitata dentro di noi alla perfezione. Non escludeva nulla e nessun concerto era uguale ad un altro.

A Few Steps Beyond è un’altra splendida testimonianza che proviene dal Talos Festival del 2019, l’ultimo concerto pubblico che Gianni tenne alla Pinacoteca d’Arte Moderna a Ruvo di Puglia e che riporta un set di improvvisazione imbastito su temi celebri del jazz; nella sua estesa discografia, le poche registrazioni in solo (7 compreso questo concerto al Talos) reagiscono quasi sempre ad impulsi compositivi conosciuti, su cui Gianni ha impostato le sue rielaborazioni: è d’obbligo sentire come ha fornito le migliori interpretazioni di sempre su alcuni lavori di Earle Brown (compositore che è stato oggetto anche di un temerario abbinamento con Bach, di cui non c’è però traccia discografica), come ha presentato una delle versioni più accattivanti di For Bonita Marcus di Feldman e riproposto Cage con il proprio punto di vista (gli americani della New York School erano i più autentici esempi compositivi per lui), come ha lavorato sulle infiltrazioni melodiche per spiegare la sua versione di Lacy (Agenda) o ha sviscerato una fase del suo inconscio sulla base degli spunti di un trio con Carter e Elgart in Backward dreams; e per me, il suo ricordo più bello, è Ephemeral Rhizome, uno scrigno di musica imperdibile di Gianni inciso alla Evil Rabbit, l’etichetta del pianista olandese Albert van Veenendaal, un cd che ricevetti dalle sue mani direttamente in un nostro incontro (mentre me lo porgeva mi disse “...Ettore, questo lavoro è proprio buono!…“); quel giorno si doleva anche del fatto che quel cd avesse avuto poco riscontro e la ragione forse era il fatto di una minore spendibilità commerciale, ma lì c’è davvero uno dei massimi passionali e della sperimentazione pianistica di Gianni.
A Few Steps Beyond è espressione del Lenoci vicino al jazz e alla materia degli standards, direzionalità musicale che fa comprendere piuttosto bene il concetto di “infiltrazione”, ossia la divisione/diluizione del tema nel processo improvvisativo: nell’iniziale Lorraine (il pezzo di Ornette Coleman), Gianni parte con le armonie “macchiate” nel solco di Waldron, per poi snocciolare note alla stregua di un pianista contemporaneo, con la fantasia che sale di velocità mentre nel durante appaiono ogni tanto fantasmi della melodia di Ornette; All the things you are, lo standard di Kern, è già modificato all’origine da uno sfasamento di battute creato ad hoc, ma lo sviluppo poi si apre a mondi sonori obliqui, con la mano destra che pulsa continuamente su un accordo e la sinistra che non ha pace; in Blues Waltz di Paul Bley, il caratteristico stato d’animo del blues si scioglie letteralmente al quarto minuto per dar luogo ad una ruminazione tayloriana; Ida Lupino di Carla Bley si carica di tensione, le mani di Gianni coprono anche l’atto dello sventaglio e la melodia riappare frazionata in pulviscoli sonori e quando siamo al finale, si capisce che la propensione melodica di Latin Genetics, memoria del Prime Time di Coleman, trova una immediata e nuova definizione grazie a lui, dandoci la sensazione di una macchina musicale che va veloce in salita, con scale adeguate sul pianoforte.
Nelle note di copertina Gianni Mimmo ha sottolineato un atteggiamento meraviglioso di Gianni Lenoci: “…una delle costanti dell’estetica di Gianni è costituita dalla straordinaria attitudine ad esercitare contemporaneamente sguardo globale e particolare, a trovare una possibilità di coesistenza fra piani sonori lontani…“; sulla base di questa affermazione mi chiedo che cosa stesse cercando Gianni in questa giusta ed incredibile connessione e non posso fare a meno di pensare ai grandi pianisti jazz del Novecento, a quelli più “avventati” e disponibili ad una proiezione totale dei loro principi nell’ambito dei processi improvvisativi, soprattutto in funzione di una nuova configurazione della “memoria” musicale. E’ su questo aspetto che Gianni stava probabilmente riflettendo, qualcosa in cui le dimensioni si confondono e riemergono, sensazioni in grado di portarci tutti “a few steps beyond!”.

The New Noise
Francesco Cusa

Che la vita espressiva musicale di Gianni Lenoci potesse ancora regalarci il dettaglio prezioso del suo ultimo concerto dal vivo, lo interpreto personalmente come un segnale mistico. Il magnetismo che regola la dialettica sofferta e sublime di questo concerto pare diluirsi nel vuoto infinito determinato dalla sua assenza. Rimane la musica e poi il contrasto difficilmente sostenibile tra la prorompenza fisica del suo pianismo e la drammaturgia del suo silenzio. Eppure, dall’ascolto di A Few Steps Beyond, a me sembra di rivedere le sue sembianze, e quasi mi riappare la sua figura liquida, evocata sonoramente da quell’inconfondibile suo modo di approcciare lo strumento, dal simbolismo tattile delle escursioni fuori dalla tastiera in “Ida Lupino”, da quella peculiare maniera di deframmentare gli standard e di reificarne lo spirito originario (un anelito volto a scardinare l’episteme, la memoria storica del jazz dal suo stesso asse).

Gianni Lenoci reinventa lo standard e lo fa seguendo un processo inverso rispetto alla bulimia performativa del jazz odierno, sovente tesa a sfruttare le griglie del canovaccio come pretesto per pantagrueliche avventure solistiche. Con Gianni Lenoci le composizioni di Ornette Coleman, Paul Bley e Jerome Kern vengono ricondotte alle radici del presente, rianimate e immesse nel fluido vitale intimo del jazz, dopo un lavoro di scavo che conduce all’essenza dell’Incomunicabile, alla singolarità che rende ogni composizione unica e indecifrabile.

Pochi pianisti hanno la capacità di presentare e al contempo tenere insieme tutti gli elementi messi in scena in un concerto improvvisato di piano solo, di annunciarli per poi farli progredire nel continuum della performance. Gianni Lenoci riusciva a farlo con naturalezza, forte di una conoscenza enciclopedica della storia della musica e di un approccio scientifico allo strumento che ben si amalgamava con l’habitat dei suoi numerosi demoni, con la sua sfera ctonia e profana che pure era parte integrante del suo essere.

“Goodbye” di Gordon Jenkins è il suo ideale saluto al mondo dei mortali, quasi un atto di divinazione tramite l’ascolto che schiude porte mai profanate, e fa dispiegare le ali della percezione verso altre regioni del Bello.

Yoko Miura, pianist. Fukuoka, Japan, Feb. 2021

I felt calm and strong energy which makes rise the essence from inside of each piece, and I felt his deep and elegant smile as a reverberation after listening to this CD.

This album is like a great poetry.

Music Zoom
Vittorio

È un incisione commovente, per le atmosfere che le magiche dita di Gianni Lenoci evocano al pianoforte. Si tratta del suo ultimo concerto, tenuto al Talos Festival a Ruvo di Puglia nel Settembre del 2019, registrato con un apparecchio sotto il pianoforte, cosí che viene fuori un suono delicato, intimo, alle prese con due composizioni di Ornette Coleman che aprono e chiudono il concerto, due standard ed una composizione a testa per Paul Bley e Carla Bley. Come sempre Lenoci reinventa queste composizioni a tirarne fuori momenti emozionanti in esecuzioni che procedono lentamente, quasi un distillato di note che arrivano al cuore degli ascoltatori. È un commiato che l’Amirani Records di Gianni Mimmo rende pubblico, da ascoltare tutto di un fiato, coerente e prezioso mentre scorre nota dopo nota per salutare tutti un’ultima volta con la magia della sua musica.

Credits: 

Gianni Lenoci: piano

Live concert at TALOS FESTIVAL, 2019 September the 4th, Pinacoteca D’Arte Moderna, Ruvo di Puglia, Italy -
[Self] Recording: Gianni Lenoci
Editing and mastering: Maurizio Giannotti, New Mastering Studio, Milano, Italy
Cover Photo: Agua Mimmo
Inside Photo: Norontako Bagus Kentus
Label Photo: Giuliano Di Cesare
Liner Note: Gianni Mimmo
Translation: Roseanne Rogosin
Graphics: Nicola Guazzaloca
Production: Associazione Culturale “Gianni Lenoci” and Gianni Mimmo for Amirani Records